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10 marzo 2017
 Commenti disabilitati su Primo rapporto sulla parità di genere in Italia
10 marzo 2017, Commenti disabilitati su Primo rapporto sulla parità di genere in Italia

Parità di genere, un progresso troppo lento… E avanzano le nuove discriminazioni

Redditi inferiori di 300 euro per le laureate e pensioni più basse di 500 euro

Vittimologia prevalentemente al femminile nel mobbing e nel cyberbullismo

In Emilia Romagna la maggiore partecipazione femminile, ultima la Puglia

 

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Alle porte della festa che ricorda le difficoltà delle donne nell’avanzamento politico, sociale ed economico, in Italia e nel mondo, l’Eures – Ricerche economiche e sociali ha pubblicato il suo primo rapporto sull’indice della parità di genere. In coda alle classifiche dell’Unione Europea sul tema (ventunesima nel 2015), il quadro italiano presenta ancora un inaccettabile scarto di genere, seppur in lieve miglioramento nel corso degli ultimi 5 anni: l’indice Eures della parità di genere indica per il 2015 un valore pari al 60,5%, in crescita di appena 7,3 punti nell’ultimo quinquennio: un avanzamento, questo, che richiederebbe almeno trent’anni per il raggiungimento della parità.

Le aree più critiche riguardano la rappresentanza politico-istituzionale e, più in generale, l’accesso al “potere”: in Parlamento si contano appena 42 donne ogni 100 uomini, un valore di poco superiore alle 39 donne ogni 100 uomini nelle amministrazioni locali e delle 38 all’interno dei CdA delle società quotate in borsa.

Ancora più critica è la disparità nella distribuzione del “lavoro familiare”: anche tra gli occupati, in Italia le donne dedicano alla cura dei figli e alle attività domestiche 3 ore e 50 minuti, contro appena 1 ora e 33 degli uomini; e, in presenza di figli piccoli, sono le donne ad utilizzare nell’85% dei casi i giorni di congedo parentale (facoltativo).

Anche i fenomeni emergenti della “prevaricazione”, quali il mobbing e il bullismo si caratterizzano per una vittimologia prevalentemente femminile: gli indici specifici di rischio si attestano infatti a 54,6 ed a 9,9 ogni 100 donne contro 49,9 e 8,3 per gli uomini, evidenziando una resistenza culturale diffusa verso il pieno raggiungimento di una sostanziale parità e libertà di autodeterminazione. Ancora più al femminile il rischio vittimogeno nel crescente fenomeno del cyberbullismo (in questo caso ogni 100 vittime adolescenti femmine se ne contano 68 tra i loro coetanei maschi).

Significativi elementi di discriminazione si colgono anche, e da sempre, in campo economico e occupazionale: la retribuzione oraria di una donna (nel settore privato) risulta infatti pari a 13 euro contro i 14,80 degli uomini, mentre a tre anni dalla laurea, la retribuzione media mensile delle donne – pur laureate più giovani e con punteggi migliori – è pari ad appena il 78,5% di quella degli uomini (1.107 euro contro 1.410, con uno scarto di oltre 300 euro).

 

A livello territoriale, è l’Emilia Romagna la Regione in cui le donne ottengono il migliore risultato nella partecipazione alla distribuzione delle risorse e delle opportunità (nell’economia, nei processi decisionali, nella disponibilità di reddito, nel lavoro), seguita dalla Toscana, dal Friuli, dalle Marche, dal Piemonte e dall’Umbria. Chiudono la classifica Campania, Calabria e Puglia.

L’Emilia è prima in Italia per la percentuale di donne tra i Dirigenti degli Enti Locali (45,5%) e tra gli Amministratori Comunali (37%), l’Umbria è prima per imprenditoria giovanile femminile (31,5%), mentre il Trentino Alto Adige, dodicesimo nella graduatoria regionale, ottiene la prima posizione nel tasso di occupazione femminile (62%) e per la retribuzione mensile delle donne a tre anni dalla laurea (1.283 euro, contro gli 823 euro ricevuti dalle laureate della Basilicata).

Ma è in Lombardia che i valori delle retribuzioni orarie risultano più alti (14,20 euro contro gli 11,10 euro in Calabria), così come gli importi delle pensioni, pari a 733 euro contro appena i 456 euro delle anziane del Molise.

 

 

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